mercoledì 28 ottobre 2026

«Quanto costa essere umani?»: la denuncia di Mariagemma sulla sanità campana, tra l'infarto della madre e il ricordo dello zio

Vico Equense / Castellammare di Stabia - Una corsa contro il tempo che si trasforma in un'attesa infinita, una diagnosi arrivata con ore di ritardo e il peso di un passato che ritorna con la stessa, identica drammaticità. Mariagemma Di Guida affida ai social lo sfogo e la denuncia di quanto accaduto a sua madre domenica 25 ottobre, riaccendendo i riflettori sulle condizioni dei pronto soccorso della penisola sorrentina e dell'area stabiese, e ricordando il dramma dello zio Davide, scomparso nel 2021 nelle medesime circostanze. Tutto ha inizio intorno alle ore 12:00 di domenica 26 ottobre, quando la madre di Mariagemma avverte dolori lancinanti al petto e al braccio. La corsa al pronto soccorso di Vico Equense, l'elettrocardiogramma che evidenzia subito un'anomalia e l'allarme dell'operatore sanitario: codice azzurro e trasferimento d'urgenza in ambulanza verso l'ospedale di Castellammare di Stabia, dove la donna arriva alle 17:30. Ma è all'arrivo nel nosocomio stabiese che, secondo il racconto della figlia, inizia l'incubo dell'attesa. I familiari, giunti pochi minuti dopo, descrivono una scena di profonda solitudine: la donna viene trovata su una barella in un angolo, senza scarpe, con il maglione rimosso parzialmente e priva di una coperta. «È rimasta lì per sei ore – scrive Mariagemma – sei ore in cui si contorceva, piangeva, non riusciva più a parlare. Sei ore in cui nessuno la controllava».

 

Nel racconto emerge anche il dettaglio di un corridoio temporaneamente sgomberato per le pulizie, in cui la paziente sarebbe rimasta sola. Secondo quanto denunciato, la donna non era stata inizialmente inserita nel sistema informatico del presidio e non le sarebbe stato ripetuto l'elettrocardiogramma all'accesso, nonostante il codice d'urgenza. Il responso delle analisi del sangue, prelevate alle 17:45, arriva solo alle 22:00, mostrando un valore degli enzimi cardiaci pari a 500. Un secondo controllo alle 23:15 conferma il peggioramento: enzimi a 750 e glicemia a 430. La diagnosi è chiara: infarto in atto. Solo a quel punto scatta il trasferimento d'urgenza all'ospedale di Boscotrecase per una coronarografia, conclusasi nella notte con l'applicazione di due stent. Le condizioni della donna restano monitorate a causa di successive complicazioni, tra cui una pericardite. Per la famiglia Di Guida non si tratta di un trauma isolato. La mente di Mariagemma è tornata immediatamente al 10 marzo 2021, in pieno periodo Covid. Suo zio Davide, a soli 45 anni e già affetto da gravi patologie cardiache e diabetiche, era stato trasferito d'urgenza da Pompei a Castellammare di Stabia per uno scompenso cardiaco. «Stesso copione: niente elettrocardiogramma. È morto alle 14:00, da solo, su una barella», ricorda con amarezza la nipote. Nello sfogo della giovane non c'è la volontà di colpire i singoli individui – «Non farò nomi, non denuncio persone», precisa – ma il dito è puntato contro la gestione complessiva e la percepita mancanza di empatia nei momenti di massima vulnerabilità dei pazienti. Nel testo viene descritta una sala d'attesa gremita di anziani al freddo (tra cui la nonna ottantunenne della ragazza), bambini con la febbre alta e neonati, in contrasto con l'atteggiamento di apparente distacco di chi si trovava a lavorare a pochi metri da quel dolore. «Quanto costa interessarsi di un essere umano? Quanto costa fermarsi un secondo e guardare negli occhi una donna o un uomo che sta morendo? Quanto costa essere umani?», si chiede Mariagemma. Sua madre è sopravvissuta, ma per la figlia il merito va unicamente alla forza del suo cuore, capace di resistere a quelle che definisce «ore di indifferenza». Un grido di dolore che accende ancora una volta il dibattito sulla necessità di una sanità più efficiente, ma soprattutto più umana.

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