Che errore ignorare quei segnali evidenti
di Sandro Ruotolo - Il Corriere del Mezzogiorno
Caro direttore, è arrivata anche per Castellammare di Stabia la decisione dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni della camorra. È la seconda volta consecutiva. La prima riguardò una giunta di centrodestra. Questa volta è toccato a un'amministrazione guidata dal centrosinistra, sostenuta da un affollamento di liste civiche nate all'ultimo momento. Cartelli elettorali senza storia e senza radicamento che troppo spesso finiscono per diventare il contenitore di interessi opachi, clientele e figure già note per le loro vicinanze ad ambienti criminali. Questo dato dovrebbe indurre tutti a una riflessione: il problema non riguarda un colore politico. Riguarda la qualità della politica e la capacità delle istituzioni di resistere alla pressione della criminalità organizzata. C'è poi un elemento ulteriore di gravità. Quando è arrivata la commissione d'accesso e lo Stato ha avviato una verifica sulla possibile presenza di infiltrazioni criminali, il sindaco Luigi Vicinanza non ha scelto il silenzio istituzionale. Ha reagito sul piano politico e alcuni suoi sostenitori hanno persino promosso una petizione contro l'azione dello Stato. È stato un errore grave.
Quando si attiva un controllo di legalità, la politica deve fare un passo indietro, attendere gli esiti e rispettare le istituzioni. Invece si è preferito alimentare uno scontro politico. Ancora più grave e irresponsabile è stato attribuire pubblicamente al sottoscritto la responsabilità dello scioglimento del Consiglio comunale, come se una decisione assunta da prefettura, ministero dell'Interno e Consiglio dei ministri potesse dipendere dall'iniziativa di un singolo consigliere comunale. Nessun amministratore può pensarsi al di sopra dello Stato democratico. Nessun amministratore può immaginare che prefetture, commissioni d'accesso, ministeri e Consiglio dei ministri assumano decisioni sulla base delle indicazioni di un cittadino o di un avversario politico. È una rappresentazione falsa e pericolosa. Lo scioglimento di un consiglio comunale rappresenta sempre una ferita profonda per una comunità. Si interrompe il rapporto diretto tra cittadini ed eletti, si sospende la normale vita democratica e arrivano i commissari a sostituire gli organi scelti dagli elettori. I numeri del 2026 fotografano un'emergenza che non può più essere sottovalutata. Sono già sei i consigli comunali sciolti per mafia in Italia. Cinque sono in Campania: Arienzo, Pagani, Sarno, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia. Restano inoltre commissariati, in provincia di Napoli, anche Poggiomarino e Marano e una decina di comuni sono monitorati dalla prefettura. Anche questo dato dovrebbe far riflettere. Negli scioglimenti troviamo amministrazioni di centrodestra, di centrosinistra e coalizioni civiche. La criminalità organizzata non guarda alle appartenenze politiche: cerca consenso, relazioni, protezione e spazi di influenza. Senza una rigorosa selezione delle candidature, senza partiti radicati sul territorio e senza il coraggio di rompere con pacchetti di voti, clientele e sistemi di potere, la camorra continuerà a trovare spazio nelle istituzioni. Per queste ragioni il 2 gennaio scorso ho rassegnato le mie dimissioni dal consiglio comunale di Castellammare di Stabia. Una scelta sofferta ma necessaria, maturata nella convinzione che l'amministrazione guidata dal sindaco Vicinanza, che avevo sostenuto, non rappresentasse più un argine adeguato alle pressioni della criminalità organizzata. Non provo alcuna soddisfazione nel constatare che il tempo mi abbia dato ragione. Avrei preferito avere torto. Perché questa volta c'erano tutti gli elementi per evitare questo epilogo: segnali evidenti, denunce pubbliche, arresti, inchieste della Direzione distrettuale antimafia e il lavoro dell'Osservatorio sulla camorra. I rischi erano stati segnalati, la necessità di intervenire era stata indicata. Non siamo stati ascoltati. Lo scioglimento di Castellammare non è soltanto una vicenda amministrativa. È il segnale di una crisi più profonda che riguarda il rapporto tra politica, consenso e legalità. La camorra non cerca più soltanto complicità esterne alle istituzioni. Punta a entrare nei luoghi della decisione pubblica, a orientare il consenso, a condizionare le scelte e a costruire relazioni con chi governa. Per questo la risposta non può essere affidata esclusivamente alla magistratura, alle prefetture o alle forze dell'ordine. Serve una politica capace di selezionare la classe dirigente, verificare la qualità delle candidature e intervenire prima che i problemi diventino emergenze. La questione morale e la lotta alla criminalità organizzata non sono temi da affrontare dopo le elezioni. Sono la condizione necessaria per potersi presentare agli elettori. Oggi prevale l'amarezza. Castellammare di Stabia meritava altro. Meritava una classe dirigente capace di ascoltare gli avvertimenti, assumersi le proprie responsabilità e mettere la legalità davanti a qualsiasi convenienza politica. Oggi nessuno può dire di non sapere. Nessuno può dire di non aver visto. I segnali c'erano, gli allarmi erano stati lanciati. Ignorarli è stata una scelta. E le conseguenze, purtroppo, le paga un'intera comunità.

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