di Alessandra Farro - Il Mattino
Vico Equense - Si è commossa, ritirando il premio alla carriera, Micaela Ramazzotti, aL «Social world film festival» di Vico Equense, dove ha accompagnato il suo esordio alla regia, «Felicità», insieme al fresco sposo Claudio Pallitto, e ha annunciato l'inizio di un nuovo progetto da regista: «Sono in un momento di grande fermento artistico, sto scrivendo insieme a due sceneggiatrici, Ilaria Macchia e Paola Mammini, e a produrre il film sarà Federica Luca Vincenti di Goldenart Production: il team è tutto al femminile, ma la storia sarà universale». Partiamo dall'inizio, Micaela. Come si sente cambiata dal primo ruolo nel 1999 in «La prima volta» di Massimo Martella sino all'ultimo da protagonista, «Elena del ghetto» di Stefano Casertano, di quest'anno? «Oggi mi guardo dentro con più coraggio, mentre prima ero più spigliata: ero una ragazza che si dava da fare, con un'energia strabordante, forte e determinata sul lavoro ma poco nella vita privata. Adesso, invece, ho trovato la felicità personale: ho incontrato la persona giusta, le nostre nozze sono state meravigliose, ho vissuto momenti di grande amore, non avrei potuto desiderare di meglio. Sono sempre stata schietta nella vita? Sì, e non mi è costato niente: io sono così, fuori dagli schemi». C'è un ruolo a cui è particolarmente legata? «Tutti i personaggi mi hanno segnata, ognuno a modo suo. Ho sempre interpretato donne importanti per il cinema italiano, forti e fragili, complesse, che hanno avuto un peso sociale. Desirée, la protagonista di "Felicità", però, occupa un posto speciale nel mio cuore, perché ho creato io il suo personaggio: l'ho scritto, diretto, interpretato, montato. È la sintesi di tutte le donne che ho mai interpretato: sofferente, pur restando ironica. L'ironia nel cinema non deve mai mancare, il tragicomico, secondo me, è la giusta chiave per raccontare di grandi dolori».
Un ruolo che le manca? «Vorrei interpretare una supereroina della Marvel, con la tuta di latex, i superpoteri e tutto il resto: una buona, che vive avventure e salva le persone. Vorrei che la inventassero apposta per me. Il cinema serve a sognare, dopotutto, no? ». Un regista con cui vorrebbe lavorare? «Marco Bellocchio, perché riesce a raccontare l'umanità in modo unico. È un regista dalla profondità e sensibilità enormi. Quando ho avuto il piacere di incontrarlo, ho scoperto anche un uomo simpatico ed ironico». Il cinema italiano sta dando uno spazio diverso ai personaggi femminili, come anche alle autrici: sta cominciando una nuova era? «Finalmente stiamo iniziando ad avere la possibilità di esprimerci nel nostro lavoro, potendo raccontare personaggi femminili e maschili attraverso lo sguardo femminile. La strada è ancora tanto lunga, però, e in tutti i mestieri, non soltanto in ambito cinematografico. Noi donne dobbiamo lottare tanto, fare rete e non demordere. Siamo già più avanti degli uomini, soltanto che loro continuano a tirarci degli sgambetti e noi, per questo, dobbiamo sforzarci il doppio. Sono convinta che presto ci saranno altre registe che faranno grandi incassi come ha fatto Greta Gerwig con "Barbie" qualche anno fa». Il prossimo inverno la rivedremo attrice come protagonista di «Praticamente perfette» di Giorgia Farina insieme a Elena Sofia Ricci e Giorgio Tirabassi. Ma ora che è stata anche dall'altro lato dell'obiettivo cosa preferisce, recitare o dirigere? «Scelgo una strada a metà tra le due. Il lavoro del regista è davvero diverso da quello dell'attrice, in cui ti devi fidare e affidare a chi ti dirige e riuscire a portare qualcosa di tuo in un personaggio scritto da altri, arricchendolo con una caratteristica che identifichi te in quel ruolo. Da regista la storia è tua, nasce e cresce nel tuo cuore, sei tu a portarla in scena, a darle un significato ed è logicamente un lavoro più autobiografico, perché, inevitabilmente e più o meno volutamente, in una storia che racconti tu, ci metti qualcosa di tuo». Torniamo al suo nuovo progetto, potrebbe essere Napoli l'ambientazione giusta? «Fare un film a Napoli è il mio sogno: è una scenografia naturale e mozzafiato. Una città splendida, nostalgica, ironica, divertente, che mi mette di buonumore. Ho avuto modo di conoscerla con occhi non da turista quando ho girato "La tenerezza" di Gianni Amelio e "L'ombra di Caravaggio" di Michele Placido, ma la frequento, ancora oggi, spesso da turista: mi siedo al Gambrinus, ordino un caffè, e resto lì a guardare piazza del Plebiscito, passerei così un giorno intero. Chissà se sarà lo scenario per il prossimo film, potrebbe, se n'è parlato»

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