Vico Equense - C’è una celebre intervista del 1990 in cui un geniale Massimo Troisi, ospite di Pippo Baudo, confessava un desiderio bizzarro: «Io avrei voluto Andreotti come padre». Il motivo? Una totale, quasi miracolosa "ingenuità". Spiegava il comico napoletano, con la sua inimitabile ironia, che un uomo rimasto al potere per quarant'anni in Italia – nel bel mezzo di stragi, misteri di Stato e trame oscure – senza accorgersi mai di nulla, doveva essere per forza un papà fantastico. Uno con cui un figlio poteva nascondere le pagelle o fare danni in camera, tanto lui era "buono e fesso". A Vico Equense, a quanto pare, la classe politica e il tessuto sociale locale hanno preso quella storiella non come una satira pungente, ma come un vero e proprio modello di cittadinanza. Sì, perché guardando la storia recente del nostro territorio, la sensazione di trovarsi di fronte a una folla di "figli di Andreotti" è fortissima, e non risparmia proprio nessuno. Per oltre trent'anni, le stesse facce – declinate in varie forme, coalizioni e camaleontici passaggi di casacca – hanno occupato le poltrone del palazzo di città. Ma il vero capolavoro politico si è compiuto nell'armonia del silenzio: mentre la maggioranza governava con gli occhi bendati, l'opposizione sonnecchiava comodamente sui banchi della minoranza, ridotta a un ruolo di pura rappresentanza. E il dramma vero è che questo sonno è stato contagioso. Anche quel mondo che si professava "attivo" – le associazioni locali, i movimenti, i singoli cittadini da sempre impegnati sul territorio – è rimasto a guardare, cullato da una strana forma di torpore. Sentinelle che avrebbero dovuto gridare l'allarme e che invece si sono perse in sterili discussioni, piccoli personalismi o in un rassegnato mutismo. Trent'anni passati così, in un letargo collettivo e condiviso. Il territorio mutava, i problemi si incancrenivano, le storture diventavano la regola, eppure nessuno sembra essersi mai accorto di nulla. Nessuna barricata efficace, nessuna denuncia d'impatto, nessun reale argine sociale.
Un immobilismo totale. È dovuto venire il deputato Francesco Emilio Borrelli, con le sue denunce pubbliche e i suoi blitz a favore di telecamera, a scoperchiare pentole che per decenni erano rimaste sigillate. Una supplenza mediatica che ha messo a nudo una verità imbarazzante per tutti: ci voleva un parlamentare da fuori per accorgersi di ciò che accadeva sotto il naso di chi governava, di chi doveva controllare e di chi sul territorio ci viveva e faceva attivismo. Soltanto di fronte all'evidenza dei social e dei riflettori, certi problemi sono diventati improvvisamente "visibili" anche a una comunità cittadina improvvisamente destata dal sonno. A questo punto, sorge spontanea una riflessione drammatica: se le cose stanno così, significa che qualcosa nel profondo non funziona più. In una democrazia sana, il potere si basa su un sistema di pesi e contrappesi. Se la maggioranza sbaglia o ignora un problema, l'opposizione la incalza. Se la politica nel suo complesso fallisce, la società civile, le associazioni e i cittadini attivi scendono in piazza, denunciano, fanno rumore. Questo è il meccanismo vitale che tiene vivi i territori. A Vico Equense questo meccanismo si è inceppato. Quando il sonno contagia tutti — nessuno escluso — significa che il sistema democratico locale è andato in cortocircuito. Il controllo sociale è stato azzerato, l'opposizione si è istituzionalizzata perdendo la spinta della protesta, e si è creato un implicito patto di non belligeranza, dove il "vivi e lascia vivere" ha sostituito il dibattito democratico. L'intervento di Borrelli non è allora la vittoria della legalità spettacolarizzata, ma la certificazione del fallimento della politica locale e dell'attivismo territoriale. La reazione naturale di una classe dirigente – politica e civile – che per un trentennio ha sofferto di questa cecità collettiva sarebbe quella di fare un dignitoso passo indietro. E invece no.

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